Braccio Fortebracci

Un capitano di ventura tra storia e leggenda. Perugino di nascita, vissuto a Montone, Braccio è un condottiero di notevoli doti tattiche e militari, ma anche di fini vedute politiche. In appena otto anni di Signoria, lascia la sua impronta su Perugia con opere di grande utilità e bellezza.

Braccio Fortebracci da Montone

Braccio Fortebracci da Montone
Perugia, 1368 – L’Aquila, 1424

IL PERSONAGGIO

Come in tutti i racconti che riguardano personaggi storici, spesso la leggenda e la realtà camminano insieme, soprattutto per coloro che, come Braccio, hanno fatto della loro vita un campo di battaglia. Tra il XV e il XVI sec. ebbero grande diffusione i capitani di ventura, comandanti di compagnie di mercenari al soldo del potente di turno. Lo scenario politico e militare italiano, affascinante quanto cruento, vide fiorire molti “principi condottieri”: i Gonzaga, gli Este, i Malatesta, i Montefeltro, pronti a fronteggiarsi tra guerre, alleanze, tradimenti ed anatemi per guadagnarsi potere, fama e ricchezza.
La vita e le imprese di Braccio si inseriscono in questo clima rovente in cui spietatezza, sagacia militare e politica, coraggio e spirito di avventura erano indispensabili al successo, e prima ancora alla sopravvivenza.
Partito con pochi uomini, in appena un quarto di secolo, Braccio divenne Signore di un vasto territorio che comprendeva quasi tutta l’Umbria e parte delle Marche, dell’Abruzzo e del Lazio.
Con le sue gesta tra realtà e leggenda, Braccio seppe crearsi intorno un’aura di timore e rispetto tanto che sulla sua lapide è riportato: “Braccius hic situe est. Queris genus actaque? Utrumque ni teneas, dicto nomine, nhil teneas”. “Qui è sepolto Braccio. Chiedi la sua origine e le sue imprese? Udito il nome, se non sai di entrambe, non sai nulla”.
La sua durevole fama di uomo audace, astuto, crudele e ambizioso, arrivò persino al Manzoni che nella tragedia “Il conte di Carmagnola” (1816) lo ricorda col verso: “per tutto ancora con maraviglia e con terror si noma”.

LA FAMIGLIA

Il 23 gennaio 1200 i fratelli montonesi, Fortebraccio e Oddo, chiedono la cittadinanza perugina. Nell’accogliere la domanda, i magistrati nominano cavalieri loro, tutti gli altri membri della famiglia e i discendenti, il più celebre dei quali, il condottiero Andrea di Oddo, detto Braccio, sarà sempre definito nobile per linea paterna, cittadino perugino del Rione di Porta Sant’Angelo. L’8 marzo del 1216 Montone entra ufficialmente sotto il dominio di Perugia. Andrea, soprannominato Braccio, nasce il 1 luglio del 1368 a Perugia nel Rione di Porta Sant’Angelo, forse nell’area di Palazzo Gallenga (anche se alcune fonti lo danno nato a Montone, la famiglia era perugina a tutti gli effetti). Il padre Oddo, al momento della nascita di Andrea, era da tempo cittadino perugino. La madre, Giacoma di Tivieri/Tiberio di Francesco Montemelini, apparteneva a una delle più antiche famiglie di Perugia. Nel 1390 Andrea rientra a Montone e, nel corso di lotte per la signoria del luogo, uccide tre membri della famiglia Olivi. Città di Castello gli pone una taglia sulla testa. Nel 1391 nell’assalto alla Rocca di Fossombrone viene gravemente ferito, tanto da sembrare in fin di vita; dopo una lunga degenza nella casa di Perugia, riesce a guarire: i postumi del grave danno furono un’andatura leggermente claudicante a vita. Nel 1392 sposa Elisabetta di Bartolomeo degli Armanni, sorella di Felcino, uno dei suoi alleati più fedeli. Vivranno insieme 27 anni, ma senza avere figli, che avrà dalla seconda moglie Nicolina da Varano e da altre donne.

LA CONQUISTA DI PERUGIA E LA NASCITA DELLA SIGNORIA

Nel 1393 Perugia è sconvolta dall’ennesimo tumulto fra Raspanti – il partito popolare – e Beccherini – il partito nobiliare – che ebbe la peggio. I più in vista, fra cui Braccio e il cognato e alleato Felcino, sono espulsi dalla città. Nel novembre 1410 Braccio pone l’assedio a Perugia da Porta San Pietro, senza riuscire nel suo intento per la tenace resistenza della popolazione. Non di meno, alle truppe di Tartaglia e Ceccolino Michelotti, che lo inseguono nella ritirata verso Torgiano, infligge una dura sconfitta che gli frutta seicento cavalli e molti prigionieri. I centri del contado sono talmente terrorizzati dalle sue capacità militari, che gli si concedono spontaneamente come sudditi o pagano ingenti somme per non essere assaliti. Nell’aprile del 1416 Braccio lascia la Romagna e muove verso Perugia con quattromila cavalli, un gran numero di fanti e ingenti somme di denaro derivate dalla resa di Bologna e dai riscatti di altre città emiliane e romagnole. Il 4 maggio ha luogo il primo attacco alla città, che però riesce a resistergli. Davanti alla tenacia dell’esercito braccesco il partito dei Raspanti, appoggiato dal papa, affida la difesa a Carlo Malatesta, nominato Difenditore dei Perugini per la Santa Chiesa. Il 12 luglio a Sant’Egidio avviene lo scontro, che si conclude con la vittoria dei Bracceschi. Braccio muove verso Perugia e s’insedia nel Convento degli Olivetani a Monte Morcino Vecchio. Ai Perugini non resta che offrirgli la signoria e Braccio il 19 luglio fa il suo ingresso ufficiale in città.

LA BATTAGLIA DELL’AQUILA

L’esempio perugino è seguito da Todi, Narni, Terni e Orvieto. Braccio domina un gran territorio, per cui chiede a Martino V il titolo di vicario papale. La risposta è negativa e seguita dall’incarico a Guido da Montefeltro e a Sforza di marciare contro Braccio. I due condottieri però sono sconfitti presso Spoleto, permettendogli di consolidare il suo dominio. L’anno seguente, nel tentativo di creare un forte stato in Italia centrale, Braccio muove verso il Montefeltro. Dopo l’estenuante assedio di Cantiano deve desistere. Maggio 1423: Braccio raduna oltre tremila fanti e mille cavalieri nella piana di Todi. Entra nel Regno di Napoli e percorre Campania, Calabria e Puglia, punta infine con determinazione sull’Aquila. Nella battaglia finale sotto le mura aquilane viene gravemente ferito, forse da un traditore. Nella notte fra il 4 e il 5 luglio Braccio muore, all’età di cinquantasei anni, dopo aver rifiutato per quasi tre giorni, cure, cibo e acqua. Martino V, che lo ha scomunicato per la seconda volta, ordina di seppellirlo in terra sconsacrata. Il 27 aprile 1432, grazie al nipote Niccolò, detto della Stella, dal nome della madre, sorella prediletta di Braccio, i resti mortali con il consenso di Eugenio IV sono composti a Perugia.
La chiesa prescelta, dove tuttora si conserva l’urna funeraria, è San Francesco al Prato per la quale Braccio aveva una speciale predilezione, spiegabile con la sua profonda ammirazione per san Francesco e il suo ordine, tanto da essere ricordato come “la spada di San Francesco”.