Perugia1416-00La storia urbanistica perugina presenta due pietre miliari: la cinta muraria etrusca, piuttosto omogenea e probabilmente realizzata in un breve arco di tempo; le cinte murarie medievali, meno omogenee e costruite a più riprese fra i secoli XIII e XV. Le due operazioni causarono progressiva saturazione degli spazi e sviluppo architettonico prevalentemente verticale. Fino al secolo XII l’area cinta dalle mura etrusche dovette bastare, o addirittura avanzare: come in tante altre città italiane, anche a Perugia il passaggio dall’Antichità all’Alto Medio Evo fu segnato da un forte calo demografico. Nel secolo XIII, con le migliori condizioni di vita e l’inurbamento dei contadini, comparvero fuori dalle mura modeste abitazioni, spesso di legno, prime cellule dei futuri borghi; di regola distribuite lungo le cinque vie principali, le vie regali, che uscivano dalla porte maggiori.

La città, all’esigenza di difesa dei nuovi insediamenti, rispose con una seconda cinta muraria che fra Duecento e Trecento circondò l’antico trilobo etrusco lungo circa 3 km con un pentagono molto irregolare lungo oltre 6 km, accompagnato da muraglie intermedie, che raccordando in qualche punto muro etrusco e muro medievale, erano ulteriori sbarramenti all’accesso dei nemici. Questa linea difensiva interna è riconoscibile nell’Arco della Conca, nell’altro a metà di Via della Viola, nei ruderi della Porta di San Luca vicini alla Porta Trasimena e nelle riscoperte sustruzioni della Barriera di San Cristoforo a due terzi di Corso Garibaldi. A questa eterogenea, ma poderosa struttura difensiva, Braccio aggiunse altre muraglie: la più evidente era il perduto antemurale, che andava da Santa Giuliana alla Porta dei Ghezzi.

Quello di Braccio fu l’ultimo intervento urbanistico consistente prima della Rocca Paolina e marcò il limite fra Perugia e la campagna fino a poco prima dell’Unità d’Italia. Ai primi del Quattrocento a Perugia il Rinascimento è ancora di là da venire e la città conserva un aspetto medievale, ma con varie innovazioni. Le case, prima separate da spazi ristretti, i tracaselli, li vedono ben presto sparire a favore della struttura a schiera: le costruzioni stanno spalla a spalla per lunghi tratti, interrotti ogni tanto da vicoli, spesso cavalcati da volte per aumentare la superficie abitabile, senza ridurre la rete viaria. Anche l’orientamento dei tetti cambia: la facciata a timpano è sempre più rara e gli spioventi sono paralleli alle facciate. L’acqua, in assenza di gronde, davanti cade sulla strada e dietro su orti e giardini, convogliata spesso in pozzi e cisterne. Le abitazioni, soprattutto se nobili, tendono a espandersi in alto, ma la tendenza comincia a diffondersi anche fra le case modeste.

È questa la città che trova Braccio, su cui innesta interventi di rilievo, come le Briglie per prevenire la frana del Sopramuro, ora Piazza Matteotti o la residenza principesca, posta fra il Duomo e il Palazzo del Podestà, ancora gotica, ma già aperta al gusto rinascimentale nell’alleggerimento della massa muraria e nelle Logge, a pieno centro: belle, ma anche buone a proteggere merci e mercanti. Dal punto di vista politico il suo avvento al governo non portò sconvolgimenti istituzionali: le magistrature comunali restarono. Non di meno uno dei primi passi, fin dall’agosto1416, fu l’ingresso, fra i priori e in altri collegi, di persone di sua nomina, scelte fra la nobiltà: così come nobile era il suo ambasciatore presso il papa. Il favore di Braccio verso l’aristocrazia, a cui apparteneva, spiega come la prima metà del Quattrocento vede nell’edilizia un’ampia committenza nobiliare, che durò ben oltre il suo governo e contribuì al rinnovamento della città.

In questa atmosfera proto-rinascimentale si spiega la volontà dei Baglioni di far affrescare le loro dimore al Colle Landone da Domenico Veneziano, che porterà con sé Piero della Francesca. Braccio sostituì il potere nobiliare a quello dell’alta borghesia bancaria e mercantesca, ma solo in parte, perché tra fine Trecento e primo Quattrocento le due classi, in quasi tutte le città italiane, conobbero un processo di convergenza e poi di fusione. Del resto l’antico Comune, quando Braccio rientrò a Perugia da dominatore, era in grave crisi da tempo. Fra gli anni Settanta del Trecento e gli inizi del Quattrocento, al governo di Perugia si erano avvicendati quattro despoti: l’abate di Mommaggiore, Biordo Michelotti, il Duca di Milano e il Re di Napoli. Finita la dominazione braccesca, la città fu sempre più esposta alle mire espansionistiche del papa, fino alla resa definitiva.