Gli itinerari bracceschi, tra bellezze artistiche e un po’ di storia

Si parte dal Cassero di Porta Sant’Angelo – la più grande delle porte medievali della città che fa parte del completamento trecentesco del suo secondo ordine di mura difensive -, quindi dall’ingresso settentrionale al centro storico di Perugia, il punto dove il condottiero rientrò in città dopo l’esilio, durato oltre venti anni e concluso con la storica battaglia di Sant’Egidio, combattuta il 12 luglio 1416 sulle sponde del Tevere, a metà strada tra Perugia e Assisi.
Forse Braccio scelse l’ingresso di Porta Sant’Angelo perché era nato proprio tra quelle mura, il 1 luglio del 1368. Ed era stato battezzato, con il nome di Andrea Fortebracci, poco lontano. Questo era infatti il quartiere di residenza della nobile famiglia di Fortebraccio, originaria dell’antico borgo fortificato di Montone, nel nord dell’Umbria, e perugina di adozione prima per riconoscimenti dei Magistrati e poi grazie a matrimoni con famiglie storiche della città. Il padre di Braccio sposò Giacoma Montemelini e lui stesso prese in moglie la perugina Elisabetta Ermanni della Staffa.
Oggi la dimora non esiste più, ma attraversando il borgo leggendo i passi del libro “Quasi Re” di Marco Rufini, l’ultimo scrittore ad aver pubblicato un romanzo su Braccio, si ripercorrono anche le cronache dell’epoca. L’assedio di Perugia non continuò a lungo dopo la vittoria sulle rive del fiume, in cui Braccio diede prova di eccellenti doti tattiche e strategiche contro Carlo I Malatesta, nominato “Difenditore dei Perugini per la Santa Chiesa”. Fu inviata una delegazione per offrire a Fortebraccio le chiavi della città, insieme a una resa incondizionata. E le murate tirate su in fretta per chiudere le porte di accesso alla città vennero abbattute per lasciare entrare quello che fu il primo e ultimo signore di Perugia.

Oltrepassando il Cassero ci si addentra nel Borgo di Porta Sant’Angelo. Pochi metri avanti e si incontra via del Tempio, un piccolo tratto che conduce appunto al tempio paleocristiano di Sant’Angelo, dalla singolare architettura a pianta circolare. Un imponente volume che deve essere stato familiare a Braccio: è la chiesa più antica di Perugia, edificata nel V-VI secolo. Tornando sulla strada maestra, si continua la passeggiata percorrendo Corso Garibaldi, la via che termina nella piazza intitolata al nostro Capitano di ventura, Braccio Fortebracci.

Imponente di fronte, sull’altro lato, l’altra porta monumentale: l’Arco Etrusco, realizzata nel III secolo a.C. sulle poderose mura che delimitano ancora oggi il baluardo di difesa più antico e interno della città. Il significato dell’iscrizione che corre sull’arco a tutto sesto Augusta Perusia, era sicuramente noto a Braccio, che aveva studiato il latino e la letteratura classica con l’aiuto della madre, mentre un precettore lo erudiva sulle scienze e sul diritto. E Fortebraccio seppe sfruttare al meglio le proprie conoscenze e capacità dialettiche anche in ambito militare: inaugurò tecniche di combattimento di avanguardia, che tenevano in considerazione le condizioni climatiche dei teatri degli scontri e lo stato fisico dei combattenti, e si dimostrò un ottimo generale, capace di comprendere i suoi soldati ed esaltarli sul campo.

Passando sotto l’Arco Etrusco si percorre la ripida via Ulisse Rocchi. Qui, ai numeri civici 29 e 30, piccoli esercizi commerciali occupano i locali a pianterreno di quello spazio che, nel XIII secolo, ospitava la chiesa di San Donato, dove Braccio ricevette il battesimo. Nonostante l’aspro conflitto con lo Stato Pontificio, il condottiero rimase un fedele cattolico per tutta la vita e fu particolarmente devoto alla figura del poverello di Assisi, tanto da definire se stesso come la “spada di San Francesco”, in riferimento alle battaglie combattute per limitare il potere temporale della Chiesa.

Salendo ancora, si giunge in Piazza Danti, alle spalle della Cattedrale di San Lorenzo. Un giro attorno al duomo e la visuale si allarga sulla splendida Piazza IV Novembre, inclinata dolcemente verso Corso Vannucci. Al centro la Fontana Maggiore, raffinata architettura concentrica dal messaggio iconografico complesso, sembra scivolare morbida verso la scalinata a ventaglio di Palazzo dei Priori, che ha sostituito quella medievale a due rampe dei tempi di Fortebracci.
A coronare la gradinata il portale gotico che conduce alla Sala dei Notari, sormontato dai grandi bronzi del Grifo e del Leone, realizzati nel 1274 per adornare la fontana di Arnolfo di Cambio detta degli Assetati, smantellata per problemi idraulici già agli inizi del ’300. I due simboli, uno stemma della città, l’altro insegna della militanza nel partito guelfo, collocati fin dal 1301 nella posizione attuale, poggiano su mensoloni da cui pendono le catene che serravano le porte di Siena, sciolte dai perugini dopo la battaglia di Torrita e conservate a perenne ricordo della vittoria riportata nel 1358, dieci anni prima della nascita di Braccio.
Dalla loro posizione dominante, il Grifo e il Leone avranno incrociato spesso lo sguardo di Fortebraccio, che una volta tornato in città, come Signore di Perugia risiedeva a fianco del Palazzo Vescovile, un edificio che si erige lungo il proseguimento della parete sud della cattedrale. Il maestoso loggiato con volte a crociera addossato al duomo lo fece costruire proprio lui. Ancora oggi, le Logge di Braccio conservano quattro delle cinque arcate realizzate nel 1423 su progetto dell’architetto bolognese Fioravante Fioravanti, e una è parzialmente chiusa. In alto, c’è ancora il simbolo dell’ariete dei Fortebracci e in basso sono riportate le antiche misure locali del piede e della mezza canna. Sotto la prima, resta la base del campanile della originaria cattedrale romanica, su cui nel XIV secolo fu edificata quella attuale, mentre all’interno dell’ultima loggia è appesa una grande lastra di roccia calcarea con fitte iscrizioni in latino: è la Pietra della Giustizia, su cui è inciso il decreto del 1234, che dichiara estinti i debiti del Comune di Perugia e descrive le norme di tassazione dei cittadini secondo il loro censo.
Un grande terrazzo panoramico, ora parte del Museo Capitolare di San lorenzo, sormonta le arcate sorrette da slanciate colonne ottagonali. Il loggiato faceva parte delle opere di abbellimento e consolidamento della città attuate da Fortebraccio durante gli otto anni della sua signoria.

Di fronte alle logge, domina Palazzo dei Priori, magnifico esempio di architettura gotica italiana, che ospita la Galleria Nazionale dell’Umbria. La più completa raccolta museale artistica della regione espone, nella sala 18, quattro affreschi in cui vengono raffigurati altrettanti episodi della vita del condottiero. Sono le Storie di Braccio Fortebraccio da Montone, dipinte dal Papacello e da Lattanzio di Vincenzo Pagani tra il 1535 e il 1582. Fortebracci è ritratto mentre riceve la dedizione di Perugia, quando accetta il comando delle armate della Chiesa da Giovanni XXIII, al momento dell’incoronazione a Principe di Capua e durante l’assedio dell’Aquila. Questa l’interpretazione tradizionale: ma di recente è stata avanzata l’ipotesi, più che plausibile, che si tratti piuttosto di episodi legati ai Farnese, la famiglia del Papa Paolo III, che sottopose Perugia definitivamente al potere pontificio. Non di meno, il fatto che l’interpretazione tradizionale li riferisca a Braccio, testimonia il perdurare della fama del personaggio a secoli della morte.
Pochi passi e da Palazzo dei Priori si raggiunge piazza Giacomo Matteotti, una volta detta “del Sopramuro”, in ragione della cinta medievale che, edificata a partire dal XIII secolo come rinforzo strutturale ai bastioni etruschi, la sostiene da levante. Intorno al 1330, quando fu realizzata, era caratterizzata da una architettura pensile simile a quella attuale di Piazza dei Consoli a Gubbio. Ma la collina rivelò presto la tendenza a franare, e così Fortebraccio fece costruire un’altra serie di contrafforti di sostegno al versante: le Briglie di Braccio. Situate a valle delle mura medievali, l’area su cui vennero innalzate è visibile dai Giardini del Pincetto, pochi metri oltre l’estremità meridionale di Piazza Matteotti: dal belvedere al capolinea del minimetrò, il moderno sistema di trasporto della città, la vista spazia sull’ampia valle compresa tra Perugia e Assisi e si vede anche la piana dove si svolse la battaglia di Sant’Egidio.

Per continuare ad appagare la vista, si apre qui un’altra opportunità. Il panorama mozzafiato offerto dalla terrazza del Mercato Coperto, da cui si accede direttamente da un arco a sesto acuto lungo il lato est di Piazza Matteotti. Un punto che offre anche uno scorcio sull’area direttamente sottostante, l’odierna via XIV settembre, una volta chiamata Campo di Battaglia per una precisa quanto insolita ragione. È storicamente accertato infatti, che i perugini nei giorni di festa si prendessero letteralmente a sassate, in una sfida regolata da precise norme in cui i rioni della città alta (Porta Sole e Porta Sant’Angelo) erano contrapposti a quelli della parte bassa (Porta Santa Susanna, Porta Eburnea e Porta San Pietro). Questa litomachia, battaglia dei sassi praticata per scopi non sempre puramente ricreativi, era una tradizione locale radicata nel passato remoto della città. Gli annali decemvirali del 1297 già la descrivono come molto antica e agli albori del XIV secolo, la prima versione della Piazza del Sopramuro era dotata di un lungo parapetto per permettere agli spettatori di godersi lo spettacolo dall’alto. Braccio fu un sostenitore di questa particolare forma di svago, e durante la sua signoria riportò il gioco agli antichi fasti per tenere vivo lo spirito combattivo dei sudditi.
Oggi, a memoria di questa originale usanza resta il grande dipinto di Salvatore Fiume a Palazzo Donini, l’elegante edificio gentilizio del XVIII secolo alla fine di Corso Vannucci, sede della Giunta Regionale dell’Umbria. Nella sala intitolata all’artista, dieci maestosi quadri raccontano Le avventure, le sventure e le glorie dell’antica Perugia. E, oltre alla litomachia, non poteva certo mancare Fortebracci. A lui sono dedicati uno splendido ritratto a figura intera e l’ultima celebre battaglia che lo vide protagonista, quella dell’Aquila, dove il 2 giugno 1424 venne ferito a morte. Le tele sono state realizzate nel 1949 su commissione dell’industriale perugino Bruno Buitoni, che chiese all’artista di raccontare con i suoi pennelli momenti importanti della storia cittadina. E Fiume lo fece con maestria. Nella Battaglia dell’Aquila, le milizie di Braccio sui loro poderosi destrieri accalcano i contrafforti delle mura della città, in una fantastica e visionaria scenografia di anatomie umane e animali che fonde lo stile favoloso e coloristico di Paolo Uccello con quello solenne e matematico di Piero della Francesca. La potenza sprigionata dal dipinto è significativa dell’importanza dello scontro, ricordato come il più cruento del secolo, che fu decisivo per le sorti della penisola. L’Aquila era considerata dai contemporanei clavis regni: se Braccio l’avesse espugnata, l’intero territorio del Regno di Napoli sarebbe stato suo. La Battaglia de L’Aquila è stata per questo un soggetto alquanto rappresentato nel corso della storia dell’arte. Tanto che, e proprio nel caso di Paolo Uccello, fu vista anche dove non c’era. Per lungo tempo infatti, si è ritenuto che fosse raffigurata in un maestoso trittico del grande pittore fiorentino, che in realtà rappresenta la Battaglia di San Romano. L’opera, dal controverso destino, è ora divisa tra gli Uffizi di Firenze, la National Gallery di Londra e il Louvre di Parigi.

Continuando sulle orme del nostro condottiero, si giunge anche verso quella che è stata la sua fine.
Braccio Fortebracci morì il 4 giugno del 1424, dopo due giorni di agonia. Aveva cinquantasei anni. Sulla cattura e la morte, come sulle cause dell’esito finale della battaglia, storia e leggenda si intrecciano tessendo trame indistricabili. È vero però, che il suo cadavere di scomunicato fu dapprima sepolto a Roma, nei pressi della chiesa di San Lorenzo extra muros, in luogo non consacrato. Solo nel 1432, Nicolò della Stella, figlio della sorella del condottiero, ottenne la traslazione dei resti a Perugia. Alle solenni onoranze, le più sontuose e appassionate celebrate nella storia della città, partecipò la cittadinanza intera e il feretro venne tumulato con grandi onori nella chiesa monumentale di San Francesco al Prato.

Ci si arriva da Corso Vannucci, percorrendo la discesa di via dei Priori che conduce, oltre il profilo inconfondibile della Torre degli Sciri, al complesso architettonico di San Francesco al Prato. La chiesa, presto destinata ad auditorium, ha subito nei secoli gravi crolli ed è rimasta per lungo tempo priva del tetto. Edificata intorno alla metà del XIII secolo in sostituzione dell’antica cappella di Santa Susanna, conservava i sepolcri delle maggiori famiglie perugine e opere d’arte di grandi maestri, tra cui la Pala degli Oddi e la Pala Baglioni di Raffaello e la Resurrezione del Perugino, oggi ospitate nella Pinacoteca Vaticana e nella Galleria Borghese.
Le spoglie di Braccio, qualche anno fa, sono state riesumate. Erano appoggiate su un cuscino, protette dal sarcofago in cui riposavano da quasi sei secoli. Le valutazioni mediche hanno accertato una corporatura possente e rilevato una ferita mortale al capo, inferta da una lancia. Ora i resti del condottiero si trovano nel Convento dei Frati Minori, adiacente alla chiesa di San Francesco al Prato, racchiusi nell’urna restaurata grazie al contributo dell’avvocato perugino Nives Maria Tei. Si dice che sull’antica lapide ci fosse scritto: Braccius hic situs est. Queris genus actaque? Utrumque ni teneas, dicto nomine, nihil teneas. Qui è sepolto Braccio. Chiedi la sua origine e le sue gesta? Udito il nome, se non sai di entrambe, non sai nulla.

L’itinerario è stato ispirato dal libro “Quasi Re Le vicende di Fortebraccio capitano di ventura di Marco Rufini” (Minerva Edizioni) tratto dal sito www.umbriatouring.it